Wroclaw alla Biennale d'Arte di Venezia

L’attualità del problema della perdita della casa e dello sradicamento


La mostra Dispossession è parte integrante del programma ufficiale di arti visive di Wrocław Capitale Europea della Cultura 2016 ed è ospitata nel contesto della 56° edizione della Biennale di Venezia (8.05 - 22.11). Dispossession non si riferisce solo ai fenomeni di espropriazione e perdita della proprietà, esplora il tema più ampio dello spazio privato e si sofferma in particolare sulla ricorrenza di avversità e momenti drammatici, che per chi vive in tempi di pace possono solo affiorare come traumi del passato e funeste vicende della storia dell’umanità. Benchè il punto di partenza della mostra sia il passato migratorio della popolazione di Wrocław, la cui terra d’origine si trova “da qualche altra parte”, Dispossession intreccia una varietà di narrazioni storiche e contemporanee per raccontare la perdita della propria casa. Una casa che si deve abbandonare e di cui qualcun altro entra in possesso, un’abitazione la cui assenza non comporta necessariamente la creazione di nuove dimore. Artisti da Germania, Polonia e Ucraina hanno quindi incrociato le esperienze di singoli individui con gli eventi storici e contemporanei che interessano interi Paesi e nazioni.

L’installazione di Dorota Nieznalska, ad esempio, si ricollega alla storia degli odierni terreni della Polonia occidentale – ancora poco tempo fa chiamati “Terre Riconquistate” (Ziemie odzyskane). Rievocando i trasferimenti forzati di milioni di tedeschi all’indomani della seconda guerra mondiale, l’opera ricorda le case abbandonate e i nuovi abitanti che si accinsero a ricostruirle, mettendo così in primo piano l’identità storica delle terre occupate dai polacchi. Molti profughi si diressero dall’allora Breslau a Dresda, che già prima dei bombardamenti degli Alleati dava rifugio a più di un milione di esuli. Le fotografie di Susanne Keichel si concentrano invece sulla vita della Dresda di oggi, mostrando da una parte la contrarietà della popolazione nei confronti delle azioni del movimento anti-islam Pegida, dall’altra la forte ondata di sentimenti anti-immigrazione in Germania. C’è poi il percorso narrativo dello sradicamento. Il testo di Oksana Zabużko, scritto specificamente per Dispossession, presenta la figura dell’eterno nomade che, costretto brutalmente ad abbandonare la sua casa, non oserà più mettere radici in nessun altro posto. Si può leggere lo stesso messaggio in Nowhere is home - installazione di Manaf Halbouni, nato a Damasco e partito dalla Siria con la consapevolezza che non sarebbe più potuto tornare in patria per lungo tempo.

La visione dell’Europa come rifugio rispettoso dei diritti dell’uomo e destinazione per i richiedenti asilo che fuggono da fame e conflitti si fonde con l’immagine di un’Europa-fortezza. Nel progetto pluriennale “Un faro per Lampedusa” l’artista berlinese Thomas Killper intende costruire nell’isola più a sud d’Europa un faro con annesso un centro per le arti. Ogni anno infatti a migliaia muoiono in mare, nel tentativo di raggiungere le coste settentrionali del Mediterraneo per riscattarsi da tragiche situazioni di povertà e miseria. Purtroppo, chi viene salvato giunge nei campi temporanei per rifugiati o viene sottoposto a deportazione.

All’abbandono – non importa se volontario o coatto – della casa natìa segue l’arrivo in una nuova terra. Se da una parte l’installazione Mrs Anna di Szymon Kobylarz trova il suo fondamento su varie statistiche che studiano l’occupazione e il paese d’origine degli immigrati, dall’altra fa i conti in modo sovversivo con gli stereotipi relativi al fenomeno immigratorio. I rappresentanti di altre etnie costituiscono infatti solo una piccola percentuale della popolazione polacca, per cui gli slogan razzisti di estrema destra hanno un che di fortemente ridicolo. Facendo vedere che la presenza di  minoranze etniche in Polonia è a malapena percettibile viene sottolineata l’assurdità dei timori che alimentano la fraseologia populista e le differenze tra i vari paesi facenti parte dell’UE – da qui la difficoltà a individuare soluzioni applicabili ovunque e a formulare politiche su scala paneuropea. Un altro importante dato statistico reperibile nell’installazione è che la terza maggiore occupazione tra gli stranieri che lavorano in Polonia è rappresentata dai lavori domestici, subito dopo gli operai edili al secondo posto. Il modo di dire secondo cui il nuovo Paese diventa una “seconda casa” per gli immigrati acquista una certa amarezza quando ci accorgiamo che esso spesso riguarda proprio chi è costretto a lasciare la propria casa: coloro che puliscono e costruiscono le case altrui sapendo che potrebbero doversene andare da un momento all’altro.

L’installazione di Andriy Sahaydakovskyy costruisce invece l’immagine di un mondo sulla soglia del suo disfacimento. Un’opera analoga fu messa a punto dallo stesso artista per la prima volta nel 1993, durante il turbulento periodo di trasformazione che seguì al crollo dell’Unione Sovietica. In quel particolare contesto storico l’opera funse da cassa di risonanza del senso di instabilità e frantumazione che caratterizzava quel periodo tempestoso. Oggi così come più di vent’anni fa, l’immagine di un mondo sulla soglia del baratro continua a trasmettere un senso di urgenza perchè le fondamenta dell’equilibrio internazionale stanno nuovamente vacillando.

Tra i vari fili conduttori in cui si articola la mostra la casa diventa una sorta di illusione che acquista concretezza e un attimo dopo sfuma e scompare lasciando un inspiegabile senso di perdita. Con ogni probabilità è così che si manifesta il dualismo del termine inglese dispossession: spoliazione della proprietà altrui, brutale sradicamento e perdita, che trovano il loro completamento in questo inafferrabile elemento presente sia nei posti abbandonati che in coloro che abbandonano. Un elemento che non si presta volentieri ad esorcismi.

Presto alcune foto tratte direttamente dalla mostra!

 

MaMu