L’inferno del Konzentrationslager Gross-Rosen

Una vita di stenti, fame e scarse possibilità di sopravvivenza.


Rogoźnica si trova a 7 km da Strzegom, importante polo estrattivo i cui blocchi e lastre di granito ricoprono molti edifici - tra questi spicca senz’altro la Corte Internazionale di Giustizia con sede all’Aia. A poca distanza da questa città e a poco più di 50 km da Wroclaw c’è un campo di concentramento poco conosciuto ai più: Gross Rosen.

Fondato nell'agosto del 1940, fu inizialmente una filiale del Konzentrationslager Sachsenhausen e gli internati erano condannati ai lavori forzati nelle vicine cave di pietra. Queste erano di proprietà della „Deutsche Erd- und Steinwerke GmbH“, ditta gestita dalle SS che produceva materiale da destinare alla costruzione degli edifici monumentali e di prestigio della Germania nazista. Le durissime condizioni di lavoro, le esigue porzioni di cibo, la mancanza di un’adeguata assistenza medica e i continui maltrattamenti a cui erano sottoposti comportarono un’elevata mortalità tra i prigionieri. Il 1° maggio 1941 KZ Gross-Rosen cessò di essere un campo-satellite e divenne autonomo. A cavallo tra il 1943 e il 1944, i lavori di espansione e la creazione di un centinaio di sottocampi dipendenti dalla struttura detentiva di Gross-Rosen. In quel periodo i prigionieri furono impiegati con crescente intensità nell’industria bellica - la manodopera veniva “noleggiata” ad aziende come Siemens, Krupp, I.G. Farben o Daimler Benz, tutte impegnate a soddisfare le esigenze dell’esercito tedesco. Verso la fine del 1944, nella fase di maggiore sviluppo, il campo di concentramento ospitava circa 78 mila persone. Alfred Konieczny, storico polacco e professore ordinario legato all’Università di Wroclaw, riporta che il 1 gennaio 1945 a Gross-Rosen si trovava il 10,9% del totale dei prigionieri presenti nei campi nazisti. Secondo le stime, su indicativamente 125 000 persone che transitarono per il complesso, 40mila vi persero la vita: polacchi e persone appartenenti ad altre 23 nazionalità europee. Nonostante il brutale trattamento riservato ai prigionieri, con ogni probabilità il periodo più tragico fu rappresentato dalle marce forzate di evacuazione (le cosiddette marce della morte) in seguito all’abbandono del campo da parte dei nazisti e alla decisione di trasferire i prigionieri il più possibile all’interno del Reich: acuite dal freddo invernale e capaci di durare per più settimane per raggiungere i nuovi campi di destinazione, tali marce provocarono la morte di migliaia di deportati.

L’11 settembre 1947 è stato fondato il Comitato di Conservazione di Gross-Rosen, e il 2 novembre dello stesso anno è stata posata la prima pietra del monumento–mausoleo chiamato a commemorare le vittime, di cui conserva le ceneri. Nel sito dell’ex campo è stato anche allestito un museo che offre visite guidate di quanto dal tempo di guerra è giunto fino ai giorni nostri: le fondamenta di case-prigioni, un forno crematorio, la campana del campo, i resti della cucina dei prigionieri, il luogo delle esecuzioni di massa e le cave di pietra - potente macchina di morte per coloro che per dodici ore al giorno dovevano estrarne grossi massi di granito. Ad attendere i visitatori ci sono anche mostre permanenti che mostrano la storia dell’ex campo di concentramento, la distruzione di ogni valore umano e gli orrori della vita quotidiana attraverso immagini d’archivio, documenti originali e gli oggetti ed effetti personali che costituivano lo scarso corredo dei prigionieri.

L’ingresso individuale al museo è gratuito. Il servizio di guida guidata è vincolante per i gruppi composti di dieci e più persone. La visita al museo e alle varie esposizioni richiede almeno due ore. Per ulteriori informazioni: http://www.gross-rosen.eu/